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L’anniversario dei 175 anni dello Statuto Albertino, con il socio Angelo Gadaleta




Venerdì 24 marzo nella sede di Palato, si è tenuta una interessante conferenza sull’anniversario dei 175 anni dello Statuto Albertino, sul quale ha relazionato il socio avv. Angelo Gadaleta


Il 4 marzo del 1848 nasceva l’antenato della Costituzione italiana: lo Statuto Albertino. La sua importanza sta nell’aver enunciato nero su bianco, per la prima volta, i diritti fondamentali di cittadinanza in quello che sarebbe diventato in seguito il nucleo del regno d’Italia, a partire da quelli all’eguaglianza, alla stampa (dove rimasero alcune restrizioni sulle responsabilità del direttore di un giornale, prima della legge sulla stampa del 1963), alla libera riunione, alla difesa della proprietà.

Si trattava della prima Costituzione concessa nel regno di Sardegna – che oltre all’isola comprendeva Piemonte, Savoia, Valle d’Aosta, Liguria, contea di Nizza, Lomellina e Oltrepò Pavese – in un anno di eccezionale fermento politico in gran parte d’Europa, rimasto proverbiale ("è successo un quarantotto" si disse per più di un secolo per indicare grandi sommovimenti).

Fu re Carlo Alberto, poi detto "re tentenna", a concedere quel 4 marzo 1848 lo Statuto a fronte delle continue notizie di rivoluzioni – in Francia, in Sicilia, a Napoli e altrove – in cui folle guidate dalla borghesia progressista, nel bel mezzo di una pesante crisi, chiedevano pane e libertà. Si diceva allora, con orrido francesismo, che quella fosse una carta "ottriata", da octroyée, cioè "concessa" graziosamente dal sovrano, non strappata dal popolo con la sua lotta – a Torino non vi furono moti di piazza. Nondimeno, fu un passaggio politico importantissimo che fece entrare il regno dei Savoia nella modernità politica. Il re considerava l’esercizio esclusivo del potere esecutivo: il governo era responsabile solamente di fronte a lui quale Capo dello Stato, persona sacra e inviolabile, non soggetta a sanzioni penali ma tenuto a rispettare quanto pattuito coi sudditi. Si prevedeva poi l’istituzione di un parlamento bicamerale: un Senato di esclusiva nomina regia (e a vita) a bilanciare una Camera elettiva (a suffragio censitario, molto ristretto, in pratica votavano solo i più benestanti, purchè, s’intende, maschi). Le leggi dovevano avere l’approvazione delle due camere, e beninteso la non contrarietà del Re.


Nella generale repressione dei moti rivoluzionari che seguì il fallimento della Prima guerra d’indipendenza, e che nello stesso Regno, dopo l’abdicazione di Carlo Alberto sconfitto a Novara dall’Austria, lo Statuto non venne revocato, a differenza di varie altri costituzioni concesse dai sovrani nel momento del pericolo e tolte ad agitazioni sconfitte. Ebbe invece modo di evolvere invece in uno strumento permanente e fondamentale, applicato anche al regno d’Italia quando questo fu proclamato il 17 marzo 1861; e così accadde anche per il sistema parlamentare bicamerale, cui ben presto, già con Cavour, nei fatti finirono per rispondere i governi, pur in teoria responsabili solo di fronte al Re. Essendo modificabile con legge ordinaria, a differenza della Costituzione della Repubblica Italiana di un secolo dopo, lo Statuto detto Albertino dal nome del sovrano che lo aveva firmato era anche uno strumento, a modo suo, flessibile, e piegabile ad interpretazioni. Di tale caratteristica, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, a lungo non si abusò più di tanto; alla fine fu il regime fascista, con l’assenso di un distratto e complice Vittorio Emanuele III, ad aggiungervi una serie di punti di suo gradimento a pezza giustificativa dello Stato totalitario. Era stato fra l’altro sempre Mussolini a rimarcare per legge, nel 1925, di non essere responsabile di fronte a quel Parlamento che aveva già umiliato con il famoso discorso del 3 gennaio che segna l’avvio della sua dittatura.



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