Santità è convivialità delle differenze. Si parla di don Tonino con Giancarlo Piccinni

Aggiornamento: 10 mag




Prima Servo di Dio, oggi Venerabile, figura emblematica della fine del Novecento che ha lasciato nei cuori di coloro che l’anno conosciuto una traccia indelebile. Un ricordo incancellabile del suo profondo amore per la vita e gli uomini. Non v’era in lui nessuna ingordigia, né austerità. Era un uomo semplice, nato in una famiglia modesta. Ha trascorso un’infanzia tranquilla, minata però dalla morte precoce dei fratelli e del padre. Ordinato sacerdote, porta avanti le sue idee con semplicità, la stessa semplicità che conserva anche quando viene nominato vescovo. Anche da vescovo, infatti scelse una vita sobria, semplice, di grande umiltà: andava spesso in bicicletta, in auto guidava da solo, discorreva al bar con la gente. Forbito e poetico scrittore, coniugava il magistero evangelico con il servizio di persona alle famiglie di sfrattati che aveva accolto nella propria abitazione del palazzo vescovile. Non temeva di esporsi anche nelle manifestazioni pubbliche partecipando ai cortei non violenti e pacifisti in occasione dei conflitti internazionali. Si tratta di mons. Antonio Bello, conosciuto ai più come don Tonino nato ad Alessano il 18 marzo del 1935. In memoria dell’amato Vescovo il Rotary Club di Molfetta in collaborazione con la Fondazione don Tonino Bello di Alessano, ha organizzato un incontro a Palato sul tema "Santità è convivialità delle differenze".

Ad introdurre la serata, è stato il presidente del Rotary Club di Molfetta, Felice de Sanctis, che ha sottolineato come in questo particolare momento storico minato dal conflitto russo – ucraino, don Tonino manchi ancora di più. Proprio lui che parlava degli uomini come costruttori di pace e convivialità tra le differenze. Proprio lui che sognava la “chiesa del grembiule”: una Chiesa povera per i poveri che si spinge oltre il dovere dell’elemosina, che cammina con le persone indigenti e ne condivide i problemi e le speranze. Condivisione: una parola chiave che ben si sposa con il motto del Club, “Accogliere e condividere in amicizia”.

Il relatore della serata, il cardiologo dott. Giancarlo Piccinni, Presidente della Fondazione intitolata a don Tonino, ha messo insieme, quasi come un collage momenti di vita trascorsi al fianco di don Tonino e insegnamenti da lui lasciati ai contemporanei e alle generazioni future, quasi come una sorta di profezia. A questo proposito, già nel 1986 don Tonino presagì una serie di minacce che avrebbero insidiato il III millennio e che oggi risultano più che mai calzanti. Dall’aumento delle disuguaglianze nel mondo all’ulteriore impoverimento delle fasce dei più bisognosi, dalla minaccia atomica a quella cibernetica sino al degrado ecologico. Pensieri e preoccupazioni che oggi risultano più che mai attuali, spaventosamente appropriate al nostro tempo. E non è tutto. In un articolo pubblicato nel 1991 su “Avvenire” sul tema della crisi che avrebbe investito l’Europa tutta, ammoniva come l'Europa stessa dovesse essere veramente una casa comune e non una cassa comune. Una forma di unità nella diversità, di convivialità delle differenze e non un’evoluzione basta sul principio della forza e del potere: non doveva essere soltanto un insieme di Paesi mossi da ragioni di tipo economico bensì un’energia promotrice della forza del pensiero e non del pensiero della forza. Evidente la sua capacità di stare nella Storia, di capire l'evoluzione sociale. Don Tonino diceva che bisogna avere occhi nuovi per poter stare nella Storia, per stare - secondo la sua parola - nelle vene della Storia. Una Storia, quella attuale scandita da un altro tema caro a don Tonino: la paura. Paura della guerra, del terrorismo, di questa apocalisse a rate che ci viene somministrata dalla produzione crescente delle armi e dal loro squallido commercio, della recente e non ancora archiviata pandemia sino allo spaventoso e ingiustificato conflitto russo-ucraino. Paura di non farcela ad uscire dal pantano in cui ci siamo infognati, paura che sia inutile impegnarci tanto il mondo non possiamo cambiarlo, paura che oramai i giochi siano fatti. Una paura che però va affrontata con il supporto della fede. Come diceva don Tonino, il Signore rivolge a noi lo stesso invito che l’Angelo rivolse a Maria: “Non avere paura, non temere”. Il Signore usa due verbi bellissimi: alzatevi ed elevate il capo. Sono i due verbi dell’anti paura, sono le due luci che ci devono accompagnare: “alzare il capo”, “alzarsi” significa credere che il Signore è venuto 2000 anni fa proprio per aiutarci a vincere la rassegnazione. Alzarci significa riconoscere che se le nostre braccia si sono fatte troppo corte per abbracciare la speranza del mondo, il Signore ci presta le sue. Allargare lo spessore della fede, allargare lo spessore della speranza puntando lo sguardo verso il futuro da dove Lui verrà un giorno nella Gloria per portare a compimento tutta la sua opera di Salvezza. Un messaggio incoraggiante e che fa da cuscinetto allo sfacelo economico, sociale, morale ed etico del tempo che stiamo vivendo. Come spiega Piccinni - sembra essere tornati alla preistoria – tempo in cui l’omologazione prevale sulla diversità, i nazionalismi sull’idea di comunità e condivisione. Il dott. Piccinni ha più volte messo in evidenza i punti in comune e i pensieri che collimano tra don Tonino e Papa Francesco. Il Papa ha annunciato che è pronto ad andare direttamente a Mosca (non a Kiev) per parlare con Putin e fermare la guerra: il nostro vescovo venerabile avrebbe fatto la stessa cosa. Un’unità di intenti e di azioni, quasi un segno della Provvidenza. Ha concluso la serata l'assistente del governatore del Distretto 2120, dr. Costantino Fuiano. Angelica Vecchio

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